Ho iniziato a praticare il Kali Escrima relativamente tardi, ma la mia passione per questa affascinante arte marziale è nata a tredici anni, quando per la prima volta vidi il film "L’ultimo combattimento di Chen", in cui Dan Inosanto sfoggiava tecniche con due e con un bastone.
Naturalmente in quegli anni, almeno nella mia zona non esistevano corsi dell’arte filippina e non esisterebbero neanche oggi se nel 1991 la prima, ed allora unica, federazione di Kali (Akea), non avesse promosso dei corsi di formazione istruttori e io non mi fossi iscritto. Così, sotto la guida dei maestri Maltese, Bonomelli, Acquistapace e Fontana (che avevano studiato con l’inglese Bob Breen e con il mitico Dan Inosanto) raggiunsi il grado di istruttore e aprii i primi corsi di Kali nelle Marche.
Da subito mi resi conto che quest’arte marziale era qualcosa di molto più vasto e complesso rispetto a quello che mi ero immaginato vedendo le performance cinematografiche di Dan Inosanto e che la sua pratica, oltre ad essere un efficace sistema di difesa personale, sviluppava grandi capacità motorie e di coordinazione grazie all’uso di molte armi da usare in coppia o singolarmente: il bastone corto, il doppio bastone, il pugnale, il pugnale ed il bastone insieme, ecc. Anche il repertorio delle tecniche a mani nude è altrettanto ampio: pugni, calci, ginocchiate, gomitate, leve articolari, proiezioni, lotta a terra, trapping, ecc.
Ma quello che ai miei occhi rese ancora più affascinante il Kali, non è stato solo l’aspetto tecnico, ma la tradizione, la storia, la cultura e il misticismo ad esso sottesi.
Grazie ai miei bravi maestri ho avuto la possibilità di organizzare nella mia palestra uno stage con il grande maestro australiano Nino Pilla (diplomatosi istruttore con Dan Inosanto) e di essermi potuto allenare privatamente con lui.
Oggi, con i miei istruttori, sto facendo conoscere il Kali nella nostra Regione ed organizzo corsi di formazione istruttori riconosciuti dalla International Union Martial Artists, per divulgare maggiormente la disciplina.

Nelle oltre 7000 isole dell’arcipelago delle Filippine si praticava il Kali, un’antica ma poco conosciuta arte marziale, termine il cui significato è incerto: secondo alcuni è la contrazione di due termini KAmot (corpo) LIhook (movimento); secondo altri indicava un particolare tipo di lama, Kalis o Keris o Kris; oppure potrebbe testimoniare un qualche coinvolgimento col culto della Dea Kali, come molti sostengono.
Dal XVI – XVII secolo in poi l’arte marziale fu anche chiamata Escrima, Arnis de mano o Arnis, a testimonianza di come la colonizzazione spagnola avesse influito sulle popolazioni autoctone.
Se le origini e il nome sono oscure e confuse, il programma tecnico è alquanto sfuocato; il Kali, infatti, non è mai stato codificato in stili, ma praticato con caratteri propri in ogni isola o villaggio. Secondo la tradizione, prima della colonizzazione ispanica il Kali veniva insegnato in scuole dette bothoan e ogni regione aveva il suo metodo particolare; dopo il XVIII secolo gli invasori, riconoscendo in esso un pericoloso strumento di offesa e un mezzo di identità culturale, lo vietarono costringendo i filippini a celarne i movimenti in danze sacre e folcloristiche cambiando così il sistema di insegnamento. Solo agli inizi del XX secolo il Kali riemerse dalla clandestinità, furono fondate numerose scuole e associazioni e dagli anni ’80 entrerà alla ribalta internazionale grazie a una generazione di maestri formatisi sotto la guida di filippini trasferitisi negli Stati Uniti, principalmente, in due massicce ondate migratorie, negli anni ’30 e negli anni ’50.
Inizialmente l’arte era trasmessa con un criterio tradizionale, ovvero senza un programma preciso; ogni maestro insegnava un aspetto del vasto repertorio del retaggio marziale del Paese d’origine, solo dalla seconda metà degli anni ’60 il Kali iniziò a essere strutturato per essere praticato in palestre e club, da giovani maestri che sentirono l’esigenza di conformarsi alla mentalità occidentale e con un approccio moderno.
Pur avendo in comune un vasto repertorio tecnico e un insieme di principi teorici, ogni metodo tende a enfatizzare un aspetto anziché un altro. In linea di massima possiamo affermare, comunque, che il Kali si struttura in due branche: a mani nude e con le armi; la prima è suddivisa in quattro aree, di cui la prima si riferisce al settore dei calci (Sikaran), la seconda a quello dei pugni (Panantukan), la terza a quello del “Trapping” (Hubud Lubud) e la quarta a quello della lotta (Dumog). Il repertorio delle armi è vastissimo: bastoncino di 15-20 cm (tabak maliit), bastone corto 60-70 cm (olisi), doppio bastone corto (doppio olisi o sinawali), bastone lungo (bangkaw), lancia (sibat), flagello (olisi tuyok), una gran quantità di armi da taglio lunghe e corte (Kris, Barong, Kampilan, Bolo, Golok, Pinunte, Balisong, ecc.) e la tecnica della “Espada y daga”, mutuata dal particolare metodo di combattimento spagnolo con una spada impugnata con la mano destra e una daga con la sinistra.
Tra gli aspetti teorici più interessanti del Kali ci sono i concetti di intercambiabilità dell’arma e la reversibilità dei principi: con il primo si intende l’apprendimento di una metodologia nel maneggiare le armi che può essere poi applicata a qualsiasi strumento, sia esso un bastone, una spada, un pugnale o semplicemente le mani nude; con il secondo si evidenzia che è più funzionale avere un'unica soluzione per diversi problemi, piuttosto che trovare una risposta specifica a ogni singolo caso; ma di questo parleremo nei prossimi capitoli, per il momento occorre capire che il Kali è una disciplina che si colloca in un ambito geoculturale, il sud-est asiatico, diverso dalle arti marziali orientali più note, quali il Kung Fu, il Karate, il Tae Kwon Do, ecc., le quali, con le loro diversità, sono ascrivibili a una matrice comune, ovvero l’arte marziale cinese.
L’insieme delle isole e penisole che si dipanano tra India e Cina e che danno vita a Paesi quali l’Indonesia, la Malesia, le Filippine, la Birmania, la Tailandia, il Borneo, il Vietnam, ecc., hanno avuto un’evoluzione storico-sociale frutto di un sincretismo di religioni, culture e tradizioni, tale per cui la loro civiltà e la loro produzione artistica, letteraria, architettonica, ecc. sono tra loro affini ma  del tutto originali rispetto al resto dell’Asia; naturalmente anche le arti marziali risentirono di questa situazione è per questo che per comprenderle appieno occorre avere una visione d’insieme.
Il Kali filippino, il Silat indonesiano, il Bersilat malese, il Bando birmano, la Muay Thai tailandese, il Viet Vo Dao vietnamita per le loro caratteristiche possono essere prese in esame insieme; non siamo etnologi, ma crediamo di non sbagliare affermando che, seppur abbiano un denominatore comune, queste discipline si sono sviluppate autonomamente.
Il sud-est asiatico è composto da una miriade di isole, isolette, penisole che nel corso della storia hanno dato vita a regni, imperi o piccole comunità, molto spesso in lotta tra loro; è tra  lussureggianti foreste e bianche spiagge che nacquero e si svilupparono queste affascinanti arti marziali.
Venivano insegnate a una ristretta cerchia di persone, in un ambiente intriso di religiosità e misticismo, dove il maestro, Guru, era considerato una guida spirituale e il più delle volte era uno sciamano; l’allievo, per diventare tale, doveva sottoporsi a un rito di iniziazione, per purificarsi ed essere interiormente pronto a ricevere gli insegnamenti. Questo rito simboleggiava anche, quello che l’adepto era disposto a “pagare” per essere accettato nella sua nuova comunità.
A partire dal XVI-XVII sec., le grandi potenze europee (Portogallo, Spagna, Olanda, Inghilterra, Francia) iniziarono a colonizzare il sud-est asiatico; il tutto avvenne con grande spargimento di sangue. Le popolazioni autoctone si difesero strenuamente, combattendo a mani nude e all’arma bianca, ma nulla poterono contro la straordinaria macchina bellica degli europei; le potenze occidentali imposero nuove usanze, religione, sfruttarono le risorse naturali, vietarono molti usi e costumi locali, tra cui la pratica delle arti marziali.
In questi secoli, fino a tutto l’ottocento, si formarono sacche di resistenza, società segrete, gruppi più o meno organizzati che depredavano le navi o combattevano con atti di guerriglia gli occidentali.
E’ questo un periodo eroico e sotto molti aspetti romantico, tanto da ispirare numerosi romanzieri, tra cui il nostro Salgari che narrò le gesta di un coraggioso e patriottico malese, Sandokan, e dei suoi fedeli e abili guerrieri.
Le arti marziali venivano insegnate segretamente e, spesso, alcune tecniche o movimenti di piede erano calati nelle danze locali; il ‘900 segna lentamente, ma inevitabilmente, il declino delle discipline da combattimento del sud-est asiatico, a causa della loro sportivizzazione e contaminazione con altre arti, tuttavia il Kali è riuscito a conservare il suo fascino arcaico.